Il 6° CARDACAMPIONATO va a GIUSEPPE DUCHINI e FRANCESCA MAZZACANI
PIOGGIA DI PB alla mezza di BUSTO ARSIZIO

LA PROSPETTIVA DEL FALCO

Era stato per il falco.

Si era fermato a vederlo sempre più spesso, quel planare che pareva lento, quasi immobile, quel volteggiare vicino alla vetta.

Se lo immaginava attento, lo sguardo vigile, il collo mobile, mentre coglieva le piccole mutazioni terrene, non imperfezioni, solo cambi di prospettiva, bastava una nuvola passeggera per far risaltare un dettaglio, nascondendone un altro.

Sarebbe stato così bello saperlo e poterlo fare.

Non per aver un giudizio sul mondo sottostante, ma per poter scoprire cose nuove, che avrebbero aiutato a capire.

Ecco capire.

Capire cos'era, cosa stava facendo, dove voleva andare e se la strada intrapresa ce l'avrebbe portato.
Cos'era pareva essere la domanda più semplice.

Un uomo, o un omino come a volte pensava a se stesso, esile ma resistente, caparbio e curioso.
Ecco questo era, forse.

Sentiva di essere anche qualcos'altro, non di più, ma diverso.

A volte sentiva come se la vita di tutti i giorni gli andasse un poco stretta, come un paio di calzoni che hai dimenticato nell'armadio da anni, ti piacevano anche, li avevi scelti con cura, esattamente come lui aveva scelto la sua vita, ma con l'andare del tempo ci avevi messo sopra altro, altri abiti, certe situazioni, un maglione sgargiante, un periodo appassionato, un paio di jeans sdruciti, mesi di minimalismo cosmico, e calzoni era stati fagocitati, sotterrati, inglobati, ma alla fine, un giorno, per caso, se fossi uno che crede al caso, li ritrovi e ti senti tanto audace da provarli.

Sfidando l'altezza che è aumentata, la forma che è mutata, gli anni che sono inesorabilmente passati.
E ci stai, con emozione chiudi il bottone in vita, alzi la cerniera.

Ti guardi allo specchio e non ti stanno neanche male, solo che tirano.

Non sai neanche bene tu dove, ma tirano, i movimenti non sono fluidi, ti trattengono, non ti permettono di fare ciò che vuoi, non ti lasciano la possibilità di seguire il falco.

Ecco a volte si sentiva così, con indosso dei vestiti limitanti.

Era per quello che aveva deciso di salire, voleva andare sulla vetta, guardare il falco negli occhi e magari rubargli un poco della sua capacità di volare.

Voleva il suo paio d'ali.

E ad ogni chilometro, ad ogni tornante, ad ogni sentiero che incontrava, gli sembrava di sentire la pelle sulle scapole espandersi, tirare, premere.



Ad ogni piccola discesa, ad ogni sconnessione del terreno gli pareva che le caviglie bruciassero, le sentiva chiaramente spingere sulle calze.

Tentava di domare il respiro, di controllarlo, era un controllo fatto di testa, polmoni e anima.

Più saliva e più la fatica si faceva sentire, allora pensava ad altro.

Al mondo a valle sempre più piccolo, a quanto bastasse fare un tornante in più per non riconoscere i confini delle cose, ma allo stesso tempo vederne la più ampia e profonda collocazione.

Era come guardare se, più la cima si avvicinava, più il mondo diventasse un puzzle composto da piccoli tasselli magnetici, che si attiravano componendo un disegno incredibile.

Pensava anche alle ali.

Alle scapole che tiravano e alle caviglie che dolevano.

Si immaginava che stessero intraprendendo una gara privata a chi sarebbe spuntato per primo.

Facessero pure.

A lui non è che interessasse molto.

Forse le ali ai piedi gli parevano più difficili da gestire, gli sembrava più facile perdere l'equilibrio, sporgersi per guardare giù.

Gli venne persino da ridere, mentre si fermava pochi secondi a prendere fiato e a bere un sorso d'acqua, si immaginava testa in giù, con un piede che puntava al cielo e l'altro perpendicolare alla terra, un buffo omino senza direzione e con le idee ancora più confuse.

Pensando a questo iniziò a tifare per delle ali tradizionali, sulla schiena, che gli avrebbero permesso di planare, senza troppo allenamento, non che si sarebbe lamentato in qualsiasi caso.

Ormai non mancava più tantissimo, sentiva il cuore martellargli nella testa, le gambe indolenzite e il fiato farsi sempre più corto.

Fu in quel momento che alzando lo sguardo lo vide.

Il falco era lì, per un effetto ottico incredibile sembrava ripetere il volo del colibrì.

Lo sguardo fisso, su di lui, quegli occhi incredibili capici di grandi zumate che gli scavavano dentro.

Ebbe la certezza che lo aspettasse da tanto, che avessero un appuntamento fissato da tempo.

Che tutto fosse successo, i suoi dubbi, il suo scrutarlo, il suo desiderio d'ali, per far sì che si incontrassero qui in questo momento.

Era giunto in vetta, guardava fisso quegli occhi, mentre il cuore non smetteva di rimbombare nella testa, nella gola, nella cassa toracica, come se volesse schizzare fuori.

Sì spaventò, era convinto di aver preteso troppo, di aver osato oltre il limite, di essere stato arrogante nel volere una cosa che un omino non poteva avere.

Le ali.

Ma proprio mentre la paura rischiava di sopraffarlo il falco si posò a pochi metri da lui.

Inclinò leggermente la testa e parlò.

O almeno così lui raccontò per gli anni a venire a tutti quelli che volevano ascoltare la favola di un uomo salito a piedi sulla montagna e sceso volando.

Lui raccontò che il falco gli disse di stare calmo, che il cuore non voleva scappare da lui, che non era la fatica a farlo sobbalzare, ma i primi timidi tentativi di un paio d'ali che cercavano di spiegarsi.

Gli disse che le ali ai piedi e quelle sulle spalle sarebbero stati una limitazione, avrebbero provocato invidie, sarebbero state sottoposte all'usura del tempo, alle intemperie, avrebbero potuto rovinarsi.

Ma le ali al cuore no, quelle erano per sempre, poteva usarle come meglio credeva e farle riposare al sicuro, senza la paura che gli uomini, i falchi o il tempo, potessero far perdere loro la magia di quell'attimo perfetto.


 GIOVANNI VANINI, 3° in 3h03'43" alla 2a Stelvio Classic (26km 2400D+)